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Riforme o morte - JimMomo Sep 28, 2010, 2:00 pm

Le elezioni costano, non è detto che risolvano alcunchi, ma un governo che vivacchia e si fa logorare non ci serve. Il voto di fiducia di domani è un passaggio obbligato. Certo, con una semplice risoluzione, meno impegnativa e 'formale', sarebbe stato più facile per Berlusconi trovare nuovi consensi per raggiungere la fatidica quota 316 prescindendo dai voti dei finiani e dell'Mpa, ma sarebbe stata una maggioranza virtuale, mentre il voto di fiducia ha il merito di fare chiarezza, separare chi ci sta da chi non ci sta agli occhi dell'opinione pubblica. Una forte assunzione di responsabilità da parte di chi la vota, soprattutto in questo momento, che rende più costoso politicamente far cadere il governo un domani.

Come scrivevo un mesetto fa, l'unica arma che Berlusconi ha per sfuggire al logoramento - che probabilmente dopo il voto di domani riprenderà nelle commissioni, in aula, sui giornali e sulle tv - è portare in Parlamento riforme il più possibile di alto profilo, non accettare trattative al ribasso, alzare la posta in palio, rendendo costoso ai propri oppositori interni far cadere un governo che si mostra impegnato nel cambiamento. Se le riforme passano, per convinzione o per paura delle urne, tanto meglio per il governo (e per il Paese); se non passano, sarà crisi e voto, ma la responsabilità ricadrà su chi si sarà dissociato. Certo, portare in Parlamento riforme di alto profilo, ambiziose, organiche e qualificanti, per le quali valga la pena anche immolarsi, e sostenerle fino in fondo rimanendo compatti, non sarà facile. In questi primi due anni e mezzo il profilo riformatore del governo è stato deludente, quindi dovrà sforzarsi di cambiare passo.

Ma se è la frammentazione della politica, la dispersione del potere, come sostiene Angelo Panebianco, il male che affligge la governabilità in Italia, che rende impossibile il cambiamento e incomprensibile la politica, e se la violenta polarizzazione intorno alla figura di Berlusconi da sola non può bastare, come hanno dimostrato questi 16 anni, allora dalla palude si può uscire solo attraverso radicali riforme. Il governo ha il dovere di provarci. Allora sarebbe chiaro che chi dovesse opporsi, lo fa in nome di un malinteso senso della democrazia, e attento in realtà a conservare la propria rendita di posizione:
«... la dispersione del potere avvantaggia molti. Dove esistono tante fazioni e tanti poteri di veto, ogni detentore di rendite piccole o grandi sa di essere più protetto contro l'azione del governo. C'è sempre qualcuno, qualche fazione, a cui ci si può rivolgere per bloccare decisioni sgradite. La frammentazione rende la politica debole, tutela e garantisce lo status quo, rende difficili i cambiamenti che potrebbero fare bene al Paese ma male a certi interessi costituiti. Chi preferisce, e in questo Paese sono in tanti, un'eccessiva dispersione del potere, attribuendole virtù che non possiede, scambiandola per la variante italiana del meccanismo democratico dei pesi e contrappesi, ha il diritto di farlo. Ma non ha il diritto di lamentarsi se poi la politica risulta incomprensibile ».
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